L’infanzia a Fongara

a cura di Marta Mattiello - agosto 2007

 

 

 

C’era Bebi Dragon, ve lo ricordate Bebi Dragon?

Ci terrorizzava! Al secolo si chiamava Giuseppe Mattiello ma per distinguerlo dagli altri Mattiello che c’erano ai Lonere (tanti, compresi noi che infatti siamo micheleta) veniva chiamato col nome della stirpe: dei dragoni appunto. Che personaggio! Scendeva a prendere l’acqua alla fontana con due secchi in rame ed il “bigòlo” in spalle, d’inverno portava il tabarro nero, e se qualche adulto voleva divertirsi bastava che dicesse a noi bambini: arriva Bepi Dragon! E noi via a gambe levate… mi dicono che fosse un uomo buono però per farsela passare godeva a farci paura. Diceva “ vien qua” col suo vocione oppure bastava che facesse il segno con la mano per attirarci a sé…la sua presenza ci stimolava le corse più folli verso casa! Chissà come se la gustava il vecchio.

Eravamo tutti cugini nella corte e tutti vicini per età. Io ero l’unica ad essere figlia unica, mia sorella è nata dopo; le altre cugine avevano un maschio a proteggerle. Non so per quale motivo ma penso sia perché prendersela col più debole è prassi fin dall’inizio della storia dell’uomo ma i miei cari cuginetti, nonché unici compagni di gioco me ne hanno fatte passare davvero di tutti i colori.

D’inverno, quando nevicava si andava con la slitta giù per la strada ghiacciata dei Lonere.

Ci si attaccava tutti a “barconà”: quello davanti teneva le gambe di quello dietro e così via, a me non mi volevano: dicevano che la mia slitta li frenava per cui io ero l’ultima o proprio mi estromettevano dal divertimento. Ma d’estate? D’estate mi facevano il cerchio attorno e mi canzonavano a volontà! Oppure gran divertimento era rompere le uova (nel senso letterale del termine) delle mie colombe che le stavano covando. Quanti pianti! Non mi chiamavano mai a giocare con loro però io li cercavo sempre, si capisce. Tra l’altro parlando di queste cose Franco mi ha ricordato un ulteriore episodio di bullismo che avevo evidentemente rimosso. Però ora grazie a lui mi è parzialmente tornato in mente: si tratta di quando i miei cuginetti mi hanno legata ad una pianta in località “marchele” e se ne sono andati a ridere da qualche parte. Io veramente non ricordo per quanto tempo sono rimasta da sola né se piangevo. Franco dice che a liberarmi è venuta mia mamma, anche a me sembra così però lei dice di no.

Una volta mi hanno anche chiusa dentro alla vecchia stalla in disuso di mia nonna. Si vede che io reagivo, piangevo e quindi davo loro soddisfazione…Capitò poi che arrivò un altro cuginetto dalla Svizzera: i nostri prodi cominciarono a prendersela con lui e lasciarono in pace me! Chiudo il capitolo cugini e dispetti dicendo che non provo per loro alcun rancore: erano bambini e quindi scusabili. Con le femmine ho fatto poi tratti di vita insieme. Franco, che è l’unico che ho nominato è ora quello col quale ho un più stretto rapporto di amicizia e che anzi mi ha incitato a scrivere queste cose. Ma ho un paio di altre cose da dire sulla mia infanzia a Fongara. Per la miseria! Non avevamo la televisione!ma come si fa? Se ci penso adesso non mi par quasi possibile vivere. Non avevamo la televisione per cui alla sera si era costretti ad andare in stalla per scambiare due parole…sono i miei ricordi più remoti: mio papà che mi porta nella stalla dello zio Valente; ricordo un vitellino appena nato che non riusciva a stare in piedi ed io in braccio a mio papà seduto sulla panca che chiacchierava con le altre persone. Davvero è passato un secolo. Le donne che andavano a lavare i panni alla fontana di sotto (quella in cui non si abbeveravano le bestie). La mamma che mi dava un calzino da insaponare ed io che stavo a sentire i discorsi delle donne: le mie orecchie non si lasciavano sfuggire nulla! Ricordo il mitico giorno che siamo andati a comperare la “500” avevo sei anni e frequentavo la prima elementare: mio papà ci si è seduto dentro perché era alto ed infatti ci stava a malapena. E poi il mio adorato cane Laika. Una sera papà l’aveva liberato per portarselo insieme che andava dallo zio Massimo Pato. Chissà quante poche auto passavano all’epoca per lo stradone, ed una doveva proprio mettere sotto il mio cane! Mi racconta mia mamma che mio papà tornò a casa a prendere il badile e lo seppellì. A me disse che era passato un suo collega di lavoro al quale era piaciuto così tanto il cane che gliel’aveva regalato. Ma non ci fu storia perché io volevo andare a riprendermelo: dopo qualche giorno crollarono e dovettero confessarmi la verità.

Altre cose da raccontare le avrei ma temo di risultare troppo lunga e noiosa. Magari un’altra volta…Per adesso è già qualcosa se qualcuno ha continuato a leggere fin qua senza cadere addormentato!

 

 

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